Coronavirus e tempo sospeso: siamo obbligati a fare i conti con noi stessi

Parlando con amici e con i pazienti con cui proseguono le terapie mi rendo conto che c’è un filo conduttore che lega lo stato d’animo di molti durante la quarantena: la strana sensazione di sentirsi obbligati a fare i conti con se stessi, con le scelte passate e con il proprio futuro. Queste sono le mie riflessioni, con 4+1 consigli per trasformare il tempo sospeso in opportunità.

Che cosa facciamo quando abbiamo finito di leggere l’ennesimo vademecum psicologico su come gestire l’ansia e lo stress?

Dopo un primo periodo di adattamento all’isolamento sociale e alla quarantena ora ci stiamo adeguando (chi più chi meno) a una nuova normalità. Il compito più difficile non riguarda più “solo” l’ansia, ma anche altri due temi:
– i conflitti interiori irrisolti;
– il tempo sospeso, che sfugge al controllo e mette in dubbio le scelte fatte finora.

Per rendere questo periodo un’opportunità, allora, dobbiamo conoscere le nostre ombre e trattare con gentilezza i fantasmi che incontriamo lungo il cammino.

In questo articolo vi racconto come la quarantena ci porta a fare i conti con noi stessi e come possiamo trarre vantaggio da questa situazione.

Assuefazione e noia

Parlando con alcuni amici e con i miei pazienti mi sono reso conto che esiste un filo rosso che lega lo stato d’animo di tutti. Dopo una prima fase di shock caratterizzata da ansia e preoccupazione, ora ci troviamo in una fase di attesa. Ci siamo un po’ assuefatti alle preoccupazioni e ai bollettini su contagiati e decessi e abbiamo distolto l’attenzione dalle news. Stiamo iniziando a fare i conti con la noia, la solitudine e alcune questioni irrisolte.

Ma perché stiamo ragionando così tanto sulle cose in sospeso?

Pensate a quando vi trovate in una sala d’attesa e avete il telefono scarico. Di solito non c’è molto da fare. Su un tavolino vedete alcune riviste di gossip consumate, gli opuscoli dei servizi di zona e poco altro. Così in pochi minuti iniziate ad annoiarvi e sentirvi a disagio.

Ciò accade perché quando non siamo impegnati in alcuna attività il cervello si trova in uno stato di riposo – la cosiddetta “modalità di default” – che attiva pensieri auto-riferiti. Sembra che qualcosa di simile stia succedendo anche in questo periodo di quarantena. Siamo in un tempo sospeso, di attesa, in cui finiamo per pensare a noi stessi più spesso del solito.

È possibile non pensare?

Il cervello non riposa mai. Pensare a niente è impossibile. Questo perché anche quando cerchiamo di non pensare, si attivano le aree della cosiddetta “Default Mode Network”. Si tratta di: corteccia prefrontale mediale, corteccia cingolata posteriore, corteccia parietale inferiore e lobo temporale mediale. Sono regioni cerebrali situate in prevalenza lungo la linea che divide i due emisferi e ricerche recenti dimostrano che tali aree si attivano sia quando il cervello è “a riposo” che durante compiti cognitivi specifici come: il recupero di ricordi autobiografici, pensieri sul proprio futuro e ragionamenti sulle relazioni che abbiamo con gli altri.

Quando proviamo a non pensare, quindi, il nostro cervello genera automaticamente pensieri su noi stessi, e se sono negativi possiamo andare in difficoltà.

La noia è pericolosa?

Se quando non pensiamo a niente in realtà stiamo pensando a noi, allora stiamo anche entrando in contatto con l’inconscio e i suoi conflitti. Questo succede in modo automatico attraverso l’azione delle reti associative (qui una lettura per approfondire).

Quando pensiamo a un concetto, il cervello attiva anche una rete di ricordi, parole e altri concetti associati. Si innesca così un insieme di collegamenti tra sentimenti, persone, idee e fatti. Pensate alla parola “gatto”: quali altre cose vi vengono in mente? Quello che è emerso appartiene a una rete associativa preconscia, ovvero un insieme di collegamenti semi-consapevoli.

All’interno di queste reti sono inclusi sia ricordi positivi che sentimenti più complessi e difficili da elaborare, da cui a volte cerchiamo di fuggire. Ad esempio, pensando alla propria infanzia, ognuno avrà in mente sia memorie affettuose che immagini da dimenticare. Il cervello è in costante conflitto con se stesso, perché, se da una parte prova attivamente a dimenticare le esperienze spiacevoli del passato, dall’altra tende a completare i compiti lasciati in sospeso (effetto Zeigarnik) e quindi fa riemergere i ricordi che vorrebbe sotterrare.

Di fronte a vissuti di questo tipo l’Io innesca i meccanismi di difesa e lancia un “allarme”, che si concretizza in un disagio generico o in casi più gravi in uno stato depressivo o disturbi d’ansia.

Ecco perché la noia e il vuoto sono difficili da tollerare e sono vissute da molti come “pericolose” o da evitare. Questo è anche il motivo per cui l’isolamento sociale e la quarantena ci mettono a dura prova: di fronte al vuoto dobbiamo affrontare emozioni difficili e conflitti irrisolti, e a volte se non siamo abituati può essere complicato.

Le cose in sospeso

Quali sono i pensieri che emergono più facilmente in questo periodo? Il passato, i progetti futuri e anche i rimpianti. Quando ci confrontiamo con la morte – come siamo costretti a fare ogni volta che controlliamo le notizie – le nostre scelte assumono una salienza diversa. L’idea di non avere più tempo e non poter cambiare il passato ci pone di fronte a domande complicate.

Così iniziamo a pensare a ciò che abbiamo trascurato, o lasciato irrisolto. “E se la persona che ho lasciato a sedici anni era quella giusta per me?”, “E se non mi fossi fatto fregare dalla paura quando ho rifiutato quel trasferimento?”.

Paradossalmente, in un momento di blocco totale del mondo esterno, il nostro mondo interiore è più attivo che mai e ci mette di fronte alle questioni lasciate in sospeso. La psiche ha bisogno di concludere ciò che ha iniziato e non sente gli anni che passano. Nell’inconscio il tempo non esiste. Ciò che è accaduto vent’anni fa – se non elaborato – ha lo stesso peso di ciò che è successo ieri.

Che si fa allora?

Sfruttare il vuoto, diventare migliori

La buona notizia è che la quarantena può essere il carburante ideale per la crescita personale. Per prima cosa, non dobbiamo aver paura di ciò che emerge. Durante la giornata, in particolare se viviamo da soli o non abbiamo molto da fare, può capitare di sentirsi annoiati o sconfortati e di dover gestire pensieri negativi.

Dover stare a casa 24 ore su 24 di certo non aiuta l’equilibrio psichico e rischiamo di sviluppare sintomi depressivi e disturbi d’ansia. È importante allora, per prima cosa, lasciare entrare queste emozioni. Come ho scritto qui, per affrontare questi stati d’animo dobbiamo tuffarci e fare surf. Le emozioni sono come onde, e cavalcarle ci aiuta a non esserne travolti.

Il punto è che serve coraggio, bisogna essere intrepidi. Non dobbiamo scappare, ma calarci nell’inconscio ed esplorare il paesaggio. Non è facile, ma se ci riusciamo possiamo vivere in modo più gratificante. Se scendiamo nei sotterranei della mente spesso troviamo grandi tesori.

4 + 1 consigli per rendere il tempo sospeso un’opportunità

Diverse persone mi hanno raccontato che la quarantena ha portato a rivalutare alcuni aspetti della propria vita, mettendo in prospettiva vecchi problemi e uscendo dai soliti schemi.

Ho quindi elaborato queste indicazioni:

  • Coltivate l’assertività. Esprimete in modo chiaro pensieri ed emozioni. Volete bene a qualcuno? Diteglielo. Questa epidemia ci insegna a non tentennare e a non lasciare questioni irrisolte.
  • Esplorate il vostro mondo interiore. Leggete, approfondite, cercate risposte e condividetele con gli altri.
  • Monitorate. Fate attenzione a stati d’animo, pensieri e comportamenti. Magari tenete un diario o scrivete i pensieri più significativi quando ne avete voglia.
  • Evitate le strategie di coping negative. Quando ci sentiamo giù è meglio evitare di bere alcolici, isolarsi e mangiare troppo. Concentratevi sui problemi pratici da risolvere, e su ciò che potete controllare. Se vi sentite a disagio usate la creatività: scrivete, disegnate… date forma al vostro stato d’animo.

L’ultimo consiglio (il +1 che vale sempre) è quello di parlarne con uno specialista. Lo psicologo si occupa proprio di questo: questioni sospese, nodi irrisolti, emozioni difficili da capire ed elaborare. Un punto di vista esterno è utile per tornare sui propri binari e ritrovare calma e motivazioni. In questo breve articolo che ho scritto per La Finestra sulla Mente trovate altri consigli per restaurare un senso di normalità in questa emergenza.

[Questo articolo fa parte di Psicologia per Intrepidi, un progetto di Riccardo Germani, psicologo esploratore, che vuole cambiare il mondo un articolo alla volta. Se ti è piaciuto quello che hai letto, condividilo a qualcuno su whatsapp con il tasto sotto il modulo di contatto.

Il momento di stress intenso che stiamo vivendo è difficile da affrontare da soli. A volte, un ascolto professionale può essere d’aiuto. Contattami per parlarne, oppure rivolgiti a un altro professionista. Però non tenerti tutto dentro. Il benessere di ognuno protegge tutta la comunità.]

 

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3 Comments »

  1. Mi viene da pensare che non siamo tutti uguali: alcuni se si fermano muoiono, altri invece stanno benissimo anche in quei momenti che la gente comune definisce “di noia”. O almeno riescono a gestirla bene. Pare che non ne soffrano (io mi considero “a metà”).
    Ebbene ,dopo la lettura di questo articolo, mi chiedo: se queste persone stanno bene nella modalità default significa che non hanno “scheletri nell’armadio”, rimorsi, rimpianti??? O è più probabile che semplicemente se ne freghino?
    Penso anche che alcune persone sono forzate a vivere sempre in questo stato, per esempio gli anziani da soli o ,al contrario, i bambini (io da bambino, in casa e finiti i compiti di scuola, mi annoiavo a morte ma non rimuginavo sulla mia vita).

    Personalmente ho sempre passato una buona percentuale della mia vita in questa modalità. La mia vita è sempre stata piuttosto noiosa e priva della libertà per divertirmi come pare a me: la noia delle lezioni di scuola, la noia dei pomeriggi a casa, la noia dei miei genitori rompiballe e la mancanza di libertà, la noia del lavoro (caso vuole che io abbai sempre avuto lavori impiegatizi con poco da svolgere e parecchio tempo da buttare),la noia di un matrimonio lungo e una moglie rompiballe, la mancanza di libertà e il piattume a causa del matrimonio, la noia di alcune ferie passate a casa dei suoceri, ecc.
    Di solito in questo tempo noioso sono evaso fantasticando, sognando a occhi aperti. Di rado rimuginando.
    Anzi mi arrovello di più quando ho la POSSIBILITA’ di fare qualcosa per la mia vita, piuttosto che quando invece ho “la scusa” per non fare niente.
    Ecco: ho sempre sofferto di mancanza di libertà, ma questa ha di “buono” che almeno mi fornisce LA SCUSA per lasciare perdere, per rimandare, per fregarmene.

    In questi giorni mi manca molto il non poter nemmeno fare una delle mie lunghe passeggiate, ma ogni tanto penso che a questa quarantena mi ci stia pure abituando! E la cosa mi fa un po’ paura, anche!
    Non vorrei abituarmi alla vita piatta e non essere magari più capace di fare qualcosa quando la quarantena sarà finita.
    Ci stiamo tutti atrofizzando e temo che alla fine saremo come degli uccellini nati in cattività a cui viene improvvisamente aperta la gabbia.

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