Elaborazione del lutto e Covid-19. Il diritto di dirsi addio

La storia straziante di una psicologa e le conseguenze psicologiche del lutto quando non possiamo dire addio.

In un gruppo di psicologi su facebook, una collega racconta una storia commovente e drammatica.

Ieri mattina è morto il mio vicino di casa. Una settimana fa era andato in ospedale in autonomia, dopo qualche giorno di febbre, sotto indicazione del medico di base. È risultato positivo al Sars-Cov-2. In poco tempo i familiari hanno ricevuto una chiamata dove veniva comunicato loro di salutarlo, perché da lì a poco sarebbe stato intubato. Sono susseguite giornate in cui una telefonata serale comunicava che le condizioni erano in peggioramento.

Ieri è morto. 

È stato caricato dalle onoranze funebri e nel pomeriggio il carro si è fermato davanti a casa dei familiari, dove la moglie e la figlia l’hanno salutato guardando la cassa chiusa da lontano. Noi vicini, ognuno dalla propria finestra, abbiamo accompagnato la partenza del carro con un applauso.

Ho sentito la moglie e mi ha detto una frase che ha acceso un campanello: “Io continuo a credere che abbiano sbagliato persona, forse è un omonimo. Se non torna a casa prima, alla fine di tutto andrò in ospedale a cercarlo”.

Quale sarà l’impatto sociale nell’elaborazione del lutto, per tutte queste persone che non hanno la possibilità di vedere il loro caro per l’ultima volta, ma devono accettare la notizia di decesso comunicata da medici che probabilmente neanche conoscono?”

Secondo Froma Walsh – psicologa nota per i suoi lavori sulla resilienza familiare – accettare la morte comporta la necessità di trovare un significato al lutto, metterlo nella giusta prospettiva, integrando tale esperienza nella trama complessa della propria storia individuale e relazionale.

La capacità di accettare la perdita è la condizione necessaria per superare il dolore ed elaborare il lutto in modo efficace. Per capire come si sviluppano le fasi del lutto, dobbiamo distinguere due diverse teorie.

Le fasi del lutto secondo Kübler-Ross

Una teoria comunemente accettata sul processo di elaborazione del lutto è quella della psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross. La psichiatra ha descritto 5 stadi, o fasi di elaborazione: diniego, rabbia, negoziato, rassegnazione, accettazione. Queste fasi possono alternarsi in maniera non lineare ed essere presenti anche insieme in misura diversa.

La prima fase include reazioni di shock e rifiuto (“Non può essere accaduto davvero”, “Hanno sbagliato persona, andrò a cercarlo in ospedale”). Se sul lungo periodo il diniego ha effetti negativi, nel breve termine può invece rivelarsi una strategia adattiva. Negare un dolore così grande fa da anestetico naturale, aiutando la persona a portare avanti le attività quotidiane.

A questa fase seguono la rabbia e l’ira (“Com’è potuto succedere proprio a me?”) che portano a fantasie riparative basate sulla contrattazione (“Se mi comportò bene riavrò mio marito”). Il fallimento naturale di questi pensieri porta a stati depressivi, sentimenti di resa e di disinvestimento, tipici della rassegnazione.

L’accettazione, infine, è un processo graduale, in cui continuano ad alternarsi le emozioni delle fasi precedenti.

Leggi anche: Cara catastrofe, per gestire le emozioni dobbiamo fare surf

Un punto di vista alternativo

Secondo Camille Wortman e Roxane Silver, ricercatrici e docenti di psicologia sociale, l’esperienza del cordoglio è molto varia e cambia a seconda delle persone. Diventa quindi difficile definire cosa sia normale e cosa patologico parlando di lutto. 

In base ai risultati delle loro ricerche, Wortman e Silver sostengono, ad esempio, che:

  • il processo di elaborazione del lutto non è per forza lungo e complicato,
  • la depressione non è inevitabile,
  • l’intero processo del cordoglio può anche non essere presente.

L’esperienza del lutto insomma è molto sfaccettata e le emozioni legate a una perdita variano in base a diversi fattori, come ad esempio le circostanze del decesso.

Il lutto complicato

Le condizioni psicologiche con cui si arriva al lutto rientrano in due categorie principali:

  • morte attesa, prevista ed elaborata in anticipo dai familiari,
  • decesso inaspettato.

Quando un familiare anziano è malato da tempo o ha sviluppato demenza, il processo di avvicinamento alla sua morte viene vissuto in modo molto graduale.

Durante eventi traumatici come calamità naturali, epidemie e guerre, invece, i familiari si trovano a dover affrontare la perdita di una persona cara in modo improvviso e inaspettato.

Nel secondo caso di solito la morte avviene in concomitanza con un processo di adattamento a eventi fortemente stressanti (crisi economica e isolamento sociale ad esempio). Con il Covid-19 molti si ritrovano proprio in questa situazione.

Questa evenienza complica l’elaborazione del lutto per vari motivi, tra cui:

  • non essersi potuti “preparare”,
  • aver lasciato questioni irrisolte,
  • non aver potuto dire addio (causa possibile contagio).

L’addio virtuale

Il Coronavirus ci sta ponendo di fronte a scene tragiche. Una di queste è non poter dire addio ai nostri cari nel modo tradizionale, assicurando quindi la ritualità dell’esperienza di distacco. Oppure dover dire loro addio online, attraverso strumenti come Skype o Whatsapp. Non poter tenere la mano o abbracciare un’ultima volta i propri genitori o il partner di una vita, non potere guardare negli occhi quella persona ed essere fisicamente presenti, dev’essere un’esperienza lacerante.

La cosa peggiore è l’interruzione del rito. Non è tanto il fatto che il lutto avvenga in modo improvviso, quanto l’esperienza di una morte “virtuale”, a essere alienante. Si tratta di una morte che non si può vedere né toccare e che viene solo riferita. Paradossalmente, la mancanza del concreto impedisce il passaggio al simbolico (il ricordo).

Le cose che non ti ho detto

Pensate quanto può essere dolorosa la morte di una persona cara quando non è possibile salutarla, o quando ci sono dinamiche nella relazione ancora irrisolte. Ciò che verrà dopo sarà ancora più complicato, e se non si monitora lo stato psicologico della persona si rischia un disturbo da stress post-traumatico.

È un distacco mozzato, imperfetto e più difficile. Forse la difficoltà è legata a un meccanismo psicologico chiamato effetto Zeigarnik. L’effetto Zeigarnik è lo stato mentale di tensione che si genera quando un compito non viene portato a termine. Si verifica ad esempio con le canzoni, quando ci tormentano tutto il giorno e non riusciamo a smettere di pensarci. Oppure quando non riusciamo a dimenticare un partner perché qualcosa è “rimasto in sospeso”. In questo caso però, non possiamo portare a termine il compito di salutare quella persona.

– Leggi anche: Cara catastrofe. Per adattarci alla realtà dobbiamo fare surf con le emozioni.

Cosa fare

Il dolore è un processo curativo. Il lutto e l’adattamento dopo un trauma non si risolvono seguendo tabelle prestabilite e le perdite traumatiche e significative possono anche non risolversi mai completamente. Il recupero è un processo graduale e non possiamo pensare di poter azzerare tutto e ricominciare sopprimendo la sofferenza.

Non ha molto senso dire a chi ha perso una persona amata che deve “lasciarla andare”. Per molti è un’idea troppo dolorosa, e può anche essere facilmente fraintesa.

Invece è più utile:

  • Creare un senso di continuità di legame con il defunto, attraverso riti funerari (domestici se quelli tradizionali non sono possibili). Secondo la psicologa Kim Bateman, per anni mediatrice di gruppi di ascolto sul lutto, è importante caratterizzare i riti in base a ciò che dava gioia alla persona cara. Più si è specifici, meglio è.
  • Attivare reti di condivisione, supporto e ascolto a livello familiare e di rete allargata (parenti più lontani, amici, gruppi di persone che hanno vissuto esperienze simili).
  • Usare l’altruismo e la sublimazione. Sono due meccanismi di difesa individuati dalla psicoanalisi: l’altruismo consiste nel trovare sollievo al proprio dolore aiutando gli altri; la sublimazione consiste invece in un processo catartico. Sentimenti ed emozioni difficili vengono incanalati in disegni, lettere, canzoni, piccoli manufatti e tutto ciò che può rendere concreta un’emozione e aiutare a gestirla.

“Ora che il tetto è andato a fuoco posso vedere la luna”. Secondo Bateman dovremmo seguire questo antico proverbio giapponese, dire addio ai nostri cari nella dimensione fisica e dare loro il benvenuto nei nostri pensieri, dove potranno continuare a essere tutti i giorni con noi.

 

[Questo articolo fa parte di Psicologia per Intrepidi, un progetto di Riccardo Germani, psicologo convinto che per cambiare il mondo sia necessario lavorare su se stessi.

Il momento di stress intenso che stiamo vivendo è difficile da affrontare da soli. A volte, un ascolto professionale può essere d’aiuto. Contattami per parlarne, oppure rivolgiti a un altro professionista. Però non tenerti tutto dentro. Il benessere di ognuno protegge tutta la comunità.]

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